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    Costumi tradizionali

    A cura della prof.ssa G. Bagnoli

    II medico Agostino Pistillo, in risposta ai quesiti dell'inchiesta murattiana del 1811, descriveva l'abbigliamento del contado di Vinchiaturo come semplice e severo nella sua compostezza.

    Altre informazioni sono desumibili da due fotografie dello Studio Trombetta, una della seconda meta del 1800, l'altra del 1900.

    La donna usava una camicia di cotone arricciata intorno al collo e sostenuta dalla gonna increspata in vita, di stoffa non troppo pesante (crespo n pannino detti anche zigrino o burdiglione) che "nell'inverno riesce troppo lieve e freddo: e questo deriva dalla miseria e dalla poca industria delle pecore pel ristretto pascolo" come scrisse il Pistillo.


    Le stoffe, infatti, venivano da Sepino; e se tessute in paese, comunque, venivano portale alle gualchiere di Sepino per effettuare la valecatura.

    Completavano il vestiario il corpetto, la scolla, con lunga frangia per lo più di seta, di colore paglierino o verde chiaro o azzurro, fermata a drappeggio sul petto con un grosso spillo d'oro ("brellòcche"), le maniche, legate al corpetto con nastri affinché potessero essere sfilate lasciandole, però, attaccate alle spalline, la mappa o il fazzoletto per i giorni feriali, di lana o seta semplice pur le maritate, multicolore per le nubili e di lino bianco per le zitelle, le calze nere, di lana o cotone, e le scarpe basse, di cuoco con lacci.

    II girocollo con vellutino e ciondolo d'oro, con qualche piccolo inserto a cammeo e gli orecchini lunghi ("pendantiffe") ornavano il rotto.

    La sobrietà dei colori e della foggia ero compensata dell'eleganza delle piegoline orizzontali, del pizzo e dei ricami ad intaglio del grembiule ("palmerino"), sovrastante la gonna, e dai ricami in corallini lucenti, secondo disegni a motivi floreali o geometrici, per l'abito da sposa, di crespo o broccato, tessuto di migliore qualità che, quasi sempre, passava di generazione in generazione.

    Per l'abito maschile la semplicità ere quasi spartana poiché esso si riduceva ai calzoni larghi e un poco corti ("zompafuosse"), alla camiciola, al giubbino, al cappello a falda larga per ripararsi dalla pioggia, alla cappa per i rigori dell'inverno, alle calze molto grossolane.

    Come scarpe si usavano, talvolta pezze di cuoio sostenute da stringhe attorcigliate alle gambe ("zampitti"), e talvolta scarpe di cuoio grezzo montanti sul collo del piede, ricoperte d'inverno dalle uose ("cochere"), pezze di panno di lana per lo più di colore verde scuro o marrone, lunghe fino al ginocchio.

    Nella tradizione di Vìnchiaturo, la severità dell'abito contrastava con le dinamicità dei motivi coreografici presenti nei balli, tra le cui figure, quelle del corteggiamento e quelle dette "di dispetto" erano le più difficili ma, anche, le più frequentate.

    Notizie tratte dall'archivio privato di Antonio D'Ancona

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