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    Ri masquarate

    Di Antonio Nicotera.

    "Carnevale sìcche sìcche, damme nu poche de sauciccia e se ne' ma la vuò da te ze possa 'mbràcetà".

    E' questa una vecchia filastrocca che nasceva un tempo dal crepitio e dal fumo del "Lauto" di S.Antonio Abate: una enorme catasta di legna che con le sue lingue di fuoco lodava il patrono delle stalle degli animali, che dava, nel freddo Gennaio, il benvenuto al grasso Carnevale.

    L'eco delle voci festose di noi ragazzi riempiva i vicoli nebbiosi, dove il vento si divertiva a portare l'odoroso profumo di "nucchetelle, cecille e scruppelle", dolci tipici nati dalle esperte mani delle mamme di allora.

    Gli ingredienti pochi: uova, farina, zucchero, miele o olio di oliva riuscivano a soddisfare le gole di noi tutti.

    Poi, la bora, al calare del sole, riempiva le narici dell'acre odore dei camini dandoci il segno che a quell'ora ogni artigiano e contadino era tornato a casa per consumare la cena fatta, data la stagione, a base di costatine di maiale, pancetta, cotiche con fagioli e, per i più fortunati, salsiccia: così l'ora zero scattava.

    Bastava poco per dare inizio alla "Masquarata": il cappello spesso del nonno, la giacca del matrimonio bleu del babbo conservata gelosamente per la domenica, il tailleur e la borsa della mamma, un bastone, un paio di occhiali senza lenti, un tizzone per il maquillage o barba e baffi di stoppa, stracci smessi e via nella sera fredda accompagnandoci in queste spassose sortite con ciò che la fantasia riusciva a reperire: coperchi di pentole, barattoli, a volte un organetto, facevano da colonna sonora alla "Masquarata" che iniziava la rappresentazione in ogni vicolo, in ogni casa.

    Nulla a che vedere con l'attuale TV, dove altri bimbi con gli occhini sgranati cercavano di scoprire chi si celasse sotto quelle spoglie.

    La canzone era sempre la stessa "Carnevale sìcche sìcche…" fino in fondo, fino a quando un pezzo di torrone reduce da un Natale sentito o un pezzo di buona salsiccia odorosa di fumo e seccata al punto giusto o delle morbide "scruppelle" tuffate e fritte nell'olio e rivestite di zucchero, non mettevano fine a quelle manifestazioni di gioia e d'umorismo.

    Poi, quando il mal di pancia o il mal di stomaco, contratto per tutto quel po' di leccornie o per qualche bicchierotto di vinello asprigno, si facevano sentire, ad uno ad uno sciamava verso casa, dove la cinta dei pantaloni del babbo ci attendeva per ripagare i costumi sottratti alle scene di una commedia quotidiana, fatta di paese, di persone, di nebbie, di fumo, di "scruppelle", di cose genuine e semplici che la decantata civiltà ha sottratto ai vicoli nebbiosi del paese.

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